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Milano, una location perfetta per ambientare incubi

01 Sep 2010 in news (ita) | questo post è lungo 1048 parole

Cinque domande a Dario Tonani di Rhys Hughes

Rhys Hughes, Dario Tonani_Rhys è uno scrittore britannico, innamorato della letteratura italiana, che sta per pubblicare con noi  Il Disgregatore Astrale. Dario, che ha vinto il Premio  Tolkien e due volte il Premio Lovecraft  (ma anche tre volte il Premio Italia), è l'autore di Cardanica, uscito la settimana scorsa. _

Perchè hai iniziato a scrivere racconti fantastici?

Ho cominciato… Non so neppure io perché ho cominciato. Ricordo vagamente quando: in terza liceo. E come: scrivendo raccontini di fantascienza. Il perché dev’essermi sempre sfuggito, dal momento che lo ritenevo e lo ritengo una questione di… pura sopravvivenza. A un certo punto, in quella fase dell’adolescenza in cui di norma si comincia a dubitare delle proprie fantasie, ho scoperto il bisogno impellente di possedere le chiavi di un mondo tutto mio. Scrivere era un modo per dare consistenza e colori a quel mondo, per renderlo credibile ai miei stessi occhi. Ovvio che le mie prime storie si rivolgessero principalmente al fantastico, l’universo attiguo a quello che da adolescente stavo lasciandomi alle spalle. Solo più tardi scoprii nella science fiction il gusto caleidoscopico di distorcere la realtà affondandone la prospettiva nel futuro; il suo potere visionario e la sua valenza speculativa. Sono passato dalla SF alla fantasy e da questa all’horror, al thriller e infine al noir, come un autentico apolide dei generi. E ancora adesso non mi sento accasato da nessuna parte: al punto che ho cominciato a giocare con regole mie, a mischiare gli ingredienti, a ibridare ogni storia.

La Milano del futuro. Nell'anno 2045. Come la immagini?

Nei miei romanzi Infect@ e _L’algoritmo bianco _mi sono divertito a immaginarla grigia, sporca, incarognita, una città alla deriva abitata da coscienze alla deriva. Specie quella del 2045, in cui ipotizzo che il lifting pre-Expo, dopo trent’anni si sia consumato in una maschera sfatta, con quartieri che trasudano rabbia, abbandono e disfacimento.

Che sia nel presente o nel domani, Milano non mi sembra poi molto diversa – soprattutto nelle sue periferie – da tutte le altre metropoli contaminate dalla globalizzazione, dove gli angoli caratteristici si alternano a “non luoghi” perfettamente uguali a se stessi ovunque li si trovi sulla carta geografica: stazioni della metropolitana, cinema multisala, fast food, centri commerciali. A quanti però pensano che non ami la mia città, rispondo che questa mia “previsione in nero” nasconde solo intenti funzionali alle storie dark che scrivo e agli ambienti in cui mi piace buttare l’occhio di autore. In realtà ho un legame piuttosto stretto con Milano, una location perfetta per ambientare incubi, ma anche molto stimolante per chiunque voglia trovare a poche centinaia di metri l’una dall’altra mondi anche diversissimi tra loro. Pizza, cassoeula, sushi e kebab

In Italia ci sono due tradizioni contrapposte e ugualmente forti: la narrativa fantastica e quella realistica. C'è tensione tra i due approcci?

Verismo prima, realismo e neorealismo dopo, hanno profondamente improntato l’opera dei nostri narratori. La cosiddetta intellighenzia non ha mai guardato di buon occhio le incursioni in quello che oggi chiameremmo “il fantastico”. Dire che tra questi diversi modi di imbastire storie ci sia stata solo “tensione” sarebbe piuttosto riduttivo; si è vissuta fino ieri una forte contrapposizione – senza possibilità di mediazione - tra narrativa “alta” e narrativa “bassa”, destinata – nell’opinione della critica paludata - a compiacere solo i palati meno raffinati. A onor del vero, da qualche anno a questa parte il mercato ha contribuito ad abbattere certi steccati, sdoganando pure da noi l’intrattenimento tout court, in una parola i “generi”. Ne hanno beneficiato ovviamente anche la fantasy e la fantascienza, seppure in misura largamente inferiore a giallo, noir e thriller. Lo stesso Calvino – prima punta tra i nostri scrittori fantastici del Novecento - è stato per decenni considerato un autore da dare in pasto ai ragazzini delle medie inferiori per affrancarli dalle pastoie della “non lettura”. Spiace che la sua gloria sia stata soprattutto postuma e che ancora oggi stenti a raggiungere fasce di lettori più maturi.

Quanto è importante, per un autore, vincere premi letterari?

Ci sono premi e premi, meglio non fare di ogni erba un fascio. L’unica considerazione generale che mi sento di fare è che in genere - piccoli o grandi che siano - appagano l’ego dello scrittore, sono zuccheri di immediata assimilazione, carburante pronto uso. Curiosamente, più sono piccoli e più sono “squassanti”: probabilmente perché questi li si riceve a inizio carriera, quando non si hanno bene le misure di ciò che è importante e di ciò che non lo è. Col tempo la fame di apprezzamenti tende a concentrarsi più sui riscontri dei lettori che sul verdetto di una giuria ristretta. Solo pochi premi davvero prestigiosi hanno il dono di convertirsi in platee allargate di pubblico. Tant’è: continuo a ritenerli un perfetto cibo per gatti. Noi scrittori, che abbiamo notoriamente un egocentrismo felino, ne siamo ghiotti.

Due dei miei scrittori preferiti, Italo Calvino e Primo Levi, sono italiani. Entrambi sono popolari e tradotti in inglese. Tu cosa pensi della traduzione? Fa degradare la purezza del testo originale o ne espande le possiblità?

Quella della traduzione e della sua aderenza al testo originale è argomento spinoso, che periodicamente infiamma i dibattiti. In realtà, nella maggior parte dei casi, il lettore medio stenta a riconoscere il benché minimo tributo all’opera del traduttore, salvo poi fare le pulci al suo lavoro quando gli passa sotto mano il testo in lingua. Eppure, azzardando un paragone col cinema, siamo lo stesso Paese che ha praticamente inventato il doppiaggio e su questa disciplina ha fatto scuola nel mondo. C’è una parte di recitazione nella voce? Certo che sì, ci mancherebbe.Mi si chiede in che misura la voce del doppiatore contribuisca alla qualità della performance sullo schermo. Beh, qui il problema si fa più complesso e forse il paragone col cinema non viene in aiuto. Il punto è semmai domandarsi se nel passaggio tra una lingua e l’altra prevalgano le opportunità di migliorare l’originale o aumentino a dismisura i rischi di peggiorarlo. Ovviamente, l’unica risposta possibile è un salomonico “dipende”, in cui gioca un ruolo di primaria importanza proprio la qualità del materiale di partenza. Come dicevo prima, gli autori sono gatti e tendono ad affermare la propria superiorità sul resto del mondo animale. Il più delle volte sbagliando di grosso.

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