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La sci-fi è finita col Cyberpunk. Oppure no.

19 Oct 2010 in news (ita) | questo post è lungo 760 parole

James Rollins

Capita che dai cinque stelline a un romanzo che per tutto il tempo ti ha coinvolto meno di quanto ti aspettassi. Hai trascinato stancamente la lettura, a tratti. Ogni tanto alzavi gli occhi dal testo chiedendoti «Perchè non mi prende?». Ma poi arrivi alla fine e quando hai chiuso il libro hai una sensazione forte e diversi pensieri.

La sensazione forte è dovuta ad una delle più magistrali scene di chiusura di una storia d'avventura che abbia mai letto. Non ne parlo per non cadere nello spoiler, ma è estremamente difficile costruire una scena d'azione in cui l'emozione prevalga in maniera così forte sul racconto dei fatti. E' un puro caso, ma è un po' il tema di cui parla Tom Stafford quando cita lo sceneggiatore William Goldman che dice «una buona storia porta a una conclusione sorprendente ma inevitabile». (A proposito, La Fuga Narrativa esce domani). Rollins riesce a costruire un piccolo capolavoro di tecnica, in grado di far sopravvivere l'emozione anche alle altre trenta pagine che separano il lettore dalla fine del libro.

I pensieri di fine libro, invece, sono diversi e hanno relativamente poco a che fare con Rollins. Qualche giorno fa, in treno, ho incontrato Antonio Caronia che andava a presentare Filosofie di Avatar. Abbiamo praticamente discusso di sci-fi _da _Roma a Salerno. E lui è uno che ne capisce, di fantascienza, molto più di me. Aveva una posizione articolata che credo di poter sintetizzare nell'idea che la fantascienza abbia già dato e che ormai viva un periodo di crisi (posizione che assomiglia, tra l'altro, a quella di Bruce: «un mondo prezioso, ma ormai piccolo e minacciato»).

Io invece sostenevo una posizione molto più laica, non di genere. Ad esempio, io ho sempre considerato sci-fi un romanzo come Il Quinto Giorno perchè  è totalmente costruito sul concetto del «rapporto con l'altro diverso da noi» (uno dei temi caldi della sci-fi, è proprio l'idea dell'alieno) ed ha una narrazione che non prescinde mai da una dimensione scientifica e filosofica. Certo, nel  romanzone di Schätzing l'alieno è una forma di vita monocellulare (ma socialmente organizzata) che non viene dallo spazio ma dalle profondità del nostro mare. E, per tornare a Rollins, l'idea portante del bellissimo Amazzonia (un gruppo umano isolato che ha un'evoluzione genetica e diventa «un'altra specie») è un'idea più dentro alla sci-fi di quanto siano sci-fi oggi molti romanzi o racconti di sci-fi.

Il problema della fantascienza di oggi, se la fantascienza ha un problema, è probabilmente il presente. Viviamo in un mondo che è arrivato più velocemente dell'immaginazione a una sua complessità tecnica (e sociale e antropologica e culturale). E' un presente che raccontiamo ex post, mentre cerchiamo di capirlo. Un presente pieno di zone oscure e non comprese a fondo per ciascuno di noi. E ognuno ha le sue: dal nostro equilibrio di esseri umani senza corpo negli spazi immateriali ai progressi della ricerca medica, alla genetica, alla bioingegneria. E via dicendo.

Il nostro contemporaneo, i temi forti del nostro contemporaneo non si possono raccontare escludendo la tecnologia (che informa sempre di più la nostra realtà) o la scienza (proviamo ad immaginare il mondo di domani mattina, con le nanotecnologie, le biotecnologie, e l'elenco è lungo). Che succede se -come in L'ultimo oracolo- costruisci un romanzo che esplora le capacità di alcuni bambini autistici (ma _savant, _con alcune abilità forti del cervello: empatia, visione spaziale, ecc.) e che nella storia potenzi queste capacità con degli innesti nel cervello? Che succede se raccontando questo romanzo fai esplicitamente riferimento a questioni scientifiche? Succede che poi il lettore finisce il romanzo e trova un _addendum _intitolato «Verità o Finzione» in cui vengono enumerate, punto per punto, tutte le invenzioni narrative e l'autore si diverte a fargli notare che «sono basate sui fatti».

Ora, Rollins è un autore di avventura. Ma le sue storie -come quelle di altri autori che non _sono autori di fantascienza- fanno quello che io mi attendo dalla fantascienza: prendere un aspetto della nostra realtà e portarlo all'estremo, per raccontarci il presente e per aiutarci ad immaginarne le conseguenze (o il futuro, se preferisci). Certo, io non sono un purista dei generi (mai creduto ai «generi») ma secondo me -oggi- sono queste le storie che, in mille modi diversi dei differenti autori, riescono a raccontare con forza la contemporaneità. Un presente che, _sci-fi o non _sci-fi, ha nella tecnologia il suo sistema nervoso e nella velocità della scienza (mai vicina come oggi a _cambiarci profondamente) un tratto costante che solo la fiction può aiutarci ad esplorare fino al fondo delle nostre emozioni.

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