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Il nostro cervello e le storie

30 Oct 2010 in news (ita) | questo post è lungo 1109 parole

Livia Blackburne, Tom StaffordStudioso di psicologia sperimentale all'University of Sheffield, Tom è l'autore de La Fuga Narrativa _(un saggio su storie, storytelling e sul modo in cui la nostra mente elabora le narrazioni). "La Fuga Narrativa" è disponibile anche in inglese e portoghese.

Questa intervista è la traduzione dell'intervista originale, condotta da Livia Blackburne. _

*La Fuga Narrativa - Tom StaffordPotresti spiegare alle persone che ancora non hanno letto il tuo saggio l’idea di  fuga narrativa? *

La fuga narrativa è il termine che uso per spiegare cosa succede ci quando ci si rende conto di vivere fuori una storia - è il punto in cui si sceglie quello che succederà successivamente, piuttosto che accettare la definizione delle cose. Nel saggio parlo di fuga di narrativa in relazione alle scelte morali e al nostro coinvolgimento nelle storie, osservando ciò che la scienza psicologica ha da dire su entrambe le cose.

*Come sei arrivato a quest'idea? *

In origine era un post scritto sul mio blog personale. Credo che l'idea sia venuta da una pura riflessione egocentrica - penso a tutte le volte nella mia vita in cui ho fatto qualcosa di stupido, ma ero troppo coinvolto per notarlo, o ero talmente preso da un film o un libro che la svolta nella storia mi ha completamente sorpreso. Altre persone non sembrano fare gli stessi errori stupidi, non si lasciano sorprendere dalla distorsione della trama, e mi sono chiesto perché questo accadesse.

*Nel tuo saggio, sostieni che il nostro cervello elabora naturalmente gli eventi come storie. É possibile fare ipotesi sul perché ciò accade? *

Le storie sono un’efficace sintesi della realtà, ma questo non è tutto. Le storie creano un arco, mettono dei vincoli sul futuro. Quando hai ascoltato la prima metà di una storia sai che ci sono alcune cose che nella seconda parte è più probabile che accadano, rispetto ad altre. Sono sicuro che le nostre menti utilizzano le storie perché esse descrivono il mondo com’è, ma anche perché ci dicono qualcosa su come il mondo potrebbe essere o sarà.

Quindi, se siamo in qualche modo il pubblico o i partecipanti in un racconto, chi è il narratore? É una sorta di regime di tipo grande fratello, o è qualcosa di più organico?

Il vero mistero è il perché abbiamo bisogno di esperienza narrativa. Siamo contemporaneamente narratori e ricettori di storie.  Ma è nella natura della nostra mente la divisione di queste funzioni in modo da farci raccontare una storia, una bugia o un incoraggiamento? Ora come ora posso speculare che questo ha qualcosa a che fare con il fatto che le storie davvero utili non hanno tanto a che vedere con il mondo come è. Piuttosto sono storie che ci raccontano come potrebbe o dovrebbe essere.  È questa contro-evidenza, credo, a creare la necessità di una coscienza divisa, che ci porta ad essere contemporaneamente narratore e oggetti della storia.

Un esempio di qualcuno che ha davvero rotto gli schemi e ha raccontato la propria storia?

Questo è puro eroismo! Conoscere se stessi è oro puro.  Ammiro molto i miei amici e i miei familiari per come si impegnano ad avere una propria visione delle cose. Mi sento come avessi bisogno del loro esempio, quasi come se dovessi nutrirmi di loro, per mantenere una sorta di equilibrio nella mia vita. Con le persone abbastanza conosciute accade lo stesso: prendi Peter Tatchell, un attivista britannico dei diritti umani, che è probabilmente più famoso per aver picchiato Robert Mugabe, cercando di arrestarlo. Per me lui è un esempio di qualcuno che ha condotto la sua vita secondo i principi. Questo significa che gli sforzi per rendere il mondo migliore sono correlati al modo in cui immagini come il mondo dovrebbe essere. E’ una spinta più forte rispetto al lasciarsi sopraffare dal modo in cui vedi il mondo attualmente.

Nel tuo saggio sostieni che i film di Hollywood hanno spesso finali prevedibili. Nel tuo personale modo di guardare un film, preferisci le trame prevedibili o quelle imprevedibili? Qualche preferenza?

La cosa affascinante riguardo il modo in cui assumiamo le storie – comprese quelle dei film- è che possiamo divertirci anche con delle trame prevedibili. Cavoli, ci divertiamo anche a rivedere un film già visto dieci volte! Che cosa succede? Ovviamente c'è qualcosa in noi che reagisce a quanto accade, anche se non c'è alcun elemento di sorpresa (o, forse, questa parte di godimento della storia non comunica con la parte di memoria delle nostre menti, così è costantemente sorpresa).

*La tua ricerca si occupa di controllo cognitivo e azione selettiva. Pensi che reazioni come l’effetto Stroop abbiano un nesso col modo in cui prendiamo decisioni nella vita reale? *

C’è molta strada da fare per arrivare dal laboratorio alla decisioni prese nella vita reale. Una cosa affascinante dell’effetto Stroop è che definisce questa tensione tra ciò che facciamo, deliberatamente, e ciò che facciamo inconsapevolmente, per abitudine. Abbiamo fatto molti progressi nella comprensione della parte "abitudinaria" di questa equazione, ma meno, mi pare, sulla parte «intenzionale». Se capissimo come possiamo fare qualcosa deliberatamente, allora potremmo comprendere l'enigma della nostra coscienza, della nostra esperienza personale. Sarebbe una cosa importantissima, ovviamente. In un certo senso, questo è il tema del saggio La fuga narrativa, ma visto da una diversa angolazione.

Hai condotto anche delle ricerche sui modelli cognitivi. Puoi spiegarci in modo semplice le tue preferenze?

I migliori modelli, come le storie, sono astrazioni della realtà – non immagini precise e complete. I miei modelli preferiti mostrano come qualcosa di complesso può essere prodotto da un fenomeno semplice, a un diverso livello di descrizione. Forse un buon esempio può fornirlo la sociologia, non  la psicologia. Il modello di segregazione di Schelling dimostra che le popolazioni si possono organizzare in gruppi spazialmente definiti (gli uomini in una stanza a una festa, le donne in un’altra; una parte 'bianca' di una città e una parte “nera”della città), anche senza diffidenza o antipatia fra i diversi gruppi. Il modello, come tutti i modelli, non dimostra nulla circa il modo in cui il mondo è, ma si dice qualcosa di suggestivo riguardo a come il mondo potrebbe essere.

*Uno psicologo, uno scrittore di scienza e filosofo al bar. Cosa succede? *

Speriamo che tutti e tre gestiscano una fuga narrativa dai loro ruoli professionali prestabiliti! Lascio a te la fine della storia.

E infine, se tu fossi un vegetale, quale saresti e perché?

Se potessi sceglierein base a ciò che mi piace, penserei ai broccoli, perché hanno una sorprendente natura frattale. Un’ombrellifera in ogni caso. Se devo scegliere in base a ciò che assomiglio, probabilmente sarei qualcosa di simile a una patata - poco fantasioso, ma versatile.

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