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In difesa del libro tecnologicamente povero

02 Nov 2010 in news (ita) | questo post è lungo 728 parole

Consigli a un giovane scrittore L'altro giorno, in macchina, ascoltavo casualmente "Le Brave Ragazze" su Radio 2 Rai. Il gioco era quello classico del «meglio il libro o il film» e via sms partecipavano anche gli ascoltatori. E a me è tornata in mente la felicissima sintesi di Gaspar: «Quando esci dal cinema e dici “era meglio il libro”, in realtà intendi “era meglio il film che mi sono fatto io”».

Questo, anche non ti sei mai interessato di narratologia o di linguaggi espressivi, è un passaggio che definisce il «libro» molto meglio del suo supporto. In maniera meno fulminante, ma più didascalica, Vincenzo Cerami ne fa il punto di partenza dei suoi Consigli a un giovane scrittore. «Quanto più un linguaggio è tecnologicamente povero», dice Cerami, «tanto più prepotenti e articolati si fanno i processi evocativi». E fa alcuni esempi, partendo dagli sforzi del cinema muto, che si rivolgeva solo alla vista, e che doveva trasmettere indirettamente tutto il resto.  «Nel cinema moderno», conclude, «non c'è più niente da indovinare».

Il contenuto del libro (costruito solo attraverso la scrittura) invece è proprio «lo spazio mentale in cui inventiamo, costruiamo e facciamo accadere le nostre storie».  Si tratta di un lavoro di senso che lettore e autore fanno insieme, il primo lavorando anche su quella che Wittgenstein chiamava «aspettazione» (e che in chiave psicologica -e in altra prospettiva- Tom chiama Fuga Narrativa).  E' su questo che costruiamo la nostra gratificazione di lettori e il nostro «piacere di lettura». E' su questo che costruiamo il nostro rapporto con il «libro» e con la «lettura» intesa in senso comune. Ma è anche su questo, e torniamo a Cerami, che costruiamo l'idea che abbiamo di scrittura. Tutte le tecniche che fanno il «bravo scrittore» lavorano su questo limite funzionale del medium, la scrittura appunto, e si materializzano in tante piccole soluzioni (dalla psicologia dei personaggi allo straniamento) che esaltano la collaborazione con il lettore nella costruzione di senso.

Sul fronte della scrittura, anche prima degli ebook, c'erano già tutti gli spazi possibili per sperimentare (e le avanguardie ci hanno provato molto, pensiamo ai calligrammi di Apollinaire) ma non è stato ancora trovato un modello migliore del racconto sequenziale.  Anche sul piano tecnologico  avevamo da almeno 20 anni tutti i bit necessari (anche prima dell'ebook di oggi) per sperimentare nuove soluzioni di narrazione. Finora a parte casi rari ed eccellenti (ma in genere esterni alla narrativa) come modello non ci siamo allontanati molto dal risultato mediocre dei primi CBT (o CD Rom multimediali) e dai racconti ipertestuali che non hanno appassionato mai nessuno. Per la saggistica e i textbook, ovviamente, la logica è diversa.

Ma, se parliamo di narrativa e se accettiamo il postulato iniziale di questo ragionamento, un ebook enhanced («aumentato da altri media») diventa un oggetto diverso, che costruisce delle relazioni diverse con il lettore (è poi ancora un «lettore»?) e forse abdica all'idea trdizionale di libro per costruire un qualcosa di nuovo. Serviranno, ovviamente, dei casi di successo molto forti per accreditare il risultato. E anche per dare a questo risultato un nome.

La verità è che io, su questo fronte, scopro di avere delle posizioni di retroguardia (o almeno, conservative). Sono affascinato dalla narrazione lineare e dalle magie che si possono creare usando semplicemente del testo. Io ci vedo, nella scrittura di un racconto, un set di regole formali molto difficili (proprio per la povertà tecnologica del medium) che sono una bella sfida per chi compone e una bella avventura per chi legge, se l'autore è stato bravo. Forse per questo mi appassiono poco all'idea degli ebook aumentati.  Ma sicuramente è per questo che preferisco quasi sempre il libro al film.

Credo, in ogni caso, che siano legittime preferenze personali. Il successo di «forme nuove», come sempre avviene, sarà determinato proprio dalla conta di queste preferenze personali. Se ci sarà un numero sufficiente di persone in grado di apprezzarli, i nuovi oggetti (l'ibridazione del libro con altri media) decolleranno. E una delle chiavi, forse, potrebbe essere la costruzione di una nuova «facilità», qualcosa che renda meno consistente l'investimento intellettuale necessario alla lettura di un testo as we know it e -di conseguenza- l'accesso a un prodotto concettualmente nuovo.

Ma staremo a vedere. Intanto, se ti interessa il tema, regalati la mezzoretta necessaria a leggere i primi capitoli (ricchissimi di esempi e spiegazioni) dei Consigli a un giovane scrittore.

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