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L'Enigma è un Libro di Carta

23 Nov 2010 in news (ita) | questo post è lungo 1351 parole

Julieta & MaximoConversazione con Máximo Chehin, autore di _Ultimo Cerchio | Il Cielo sotto i Piedi__ (disponibile anche in__ edizione originale). _«Due racconti accomunati dalla presenza di un libro», scrive eFFe nella sua recensione, «Due storie caratterizzate da un fondamentale errore di prospettiva. Una scrittura che incolla il lettore alla pagina». L'intervista originale è qui: El enigma es un libro de papel.

Arrivo con cinque minuti di ritardo al mio appuntamento con Máximo Chehin. Ci siamo accordati per vederci al  T-Bone, una _cafetería _tranquilla con grandi poltrone dove, nonostante il nome, non servono la famosa carne pampeana.

Ci conosciamo solo attraverso qualche oscuro pixel. Quelli del suo libro [Ultimo Cerchio | Il Cielo sotto i Piedi ](../?pageid=133&category=16&productid=7)e di qualche email.  Mi accomodo su un divano basso: l'altezza relativa del posto su cui sei seduto, di solito, segna il ritmo  e il carattere della conversazione. Máximo, come quasi tutti gli ingegneri di sistema, ha una presenza limitata sul web. Comincio a temere che la foto del suo profilo di Linkedin non sia di grande aiuto per riconoscerlo. Poi, al tavolo accanto alla vetrata che ho di fronte, un libricino attira la mia attenzione. Il libro si intitola Vista al río ed è la raccolta di racconti che ha vinto il  premio del Fondo Nacional de las Artes, pubblicata da Bajo la luna. Il suo autore è Máximo Chehin. E' seduto a un tavolo più alto, su uno sgabello di altezza normale, guarda oltre la vetrata. La luce filtrata dai grandi platani del quartiere lo illumina da sinistra. Ci guardiamo, anche se non lo vedo bene controluce; ci sorridiamo, indovinando che siamo noi, e cambiamo posto. Voglio che sia l'intervistato a decidere i tempi e l'andamento di questa conversazione.

Ultimo cerchio / Il cielo sotto i piedi - Máximo ChehinIngegnere di sistema? “Appena ho capito che nel mio destino c'erano le narrazioni brevi ho capito anche che dovevo avere un'altra professione di giorno”, risponde. Máximo Chehin scrive da quando era bambino, “anche se non ho conservato molto. A differenza degli altri giovani e degli adolescenti, a me non piaceva quello che scrivevo”. E deve essere stato proprio questo spirito ipercritico a trasformarlo in uno scrittore. Racconta che il 2005 fu una tappa importante per questa maturazione. “Avevo accumulato molte pagine scritte e molta insicurezza sul mio valore. Più che insicurezza, direi, non mi sentivo in grado di fare quello che facevo. Così ho preso una decisione: quando non stai bene fisicamente, vai dal medico. E io mi iscrissi a una scuola di scrittura”. Ha scelto quella di Liliana Heker, una veterana della letteratura argentina. “Fu lei a insegnarmi a editare, a correggere e a riscrivere quello che già era sulla pagina”. Non è stato un corso rapido, ma Chehin aveva già fatto da solo buona parte del percorso. E nel 2008 vince il premio del Fondo Nacional de las Artes che, l'anno dopo, gli regala l'occasione di pubblicare.

Ci sono circostanze e fatti della vita che lo colpiscono in modo profondo. Il suo processo creativo, esattamente come lo racconta, è tutto nel mantenere aperta la ferita finché non diventa la finestra attraverso cui vede costruirsi la storia. Per quanto riguarda la genesi di [Il Cielo sotto i Piedi](../?pageid=133&category=16&productid=7)_ racconta che, _mentre lavorava su una piattaforma petrolifera in Scozia, a poco più di vent'anni, amava frequentare le librerie di seconda mano a Charing Cross ogni volta che capitava a Londra. E in quelle visite era predisposto alla sorpresa, ma era anche alla ricerca di qualcosa di concreto.

Ultimo círculo | El cielo bajo los piesL'edizione del 1939, l'ultima rivista dall'autore, di The Outline of History, di H. G. Wells. Perchè proprio questa edizione? “Perchè era quella che c'era a casa dei miei genitori quando io ero piccolo. Poi un giorno, finalmente, l'ho trovata. La rilegatura non era in perfette condizioni. E tra le pagine ho trovato un foglietto piegato in due che conteneva, scritta su due colonne con inchiostro di china, una lista di nomi. Nomi di persone, nomi di luoghi.  C'era qualcosa in questo elenco che mi ha turbato. Che ci faceva in quel libro? Chi l'aveva dimenticata tra le pagine? Era stata scritta all'inizio della guerra? Aveva qualcosa a che vedere con il conflitto? Che signficavano quei nomi abbandonati?” Da questo piccolo aneddoto della vita reale nasce la cifra che ossessiona il protagonista de [Il Cielo sotto i Piedi](../?pageid=133&category=16&productid=7)_. _ “Lui la interpreta come un segno che riguarda l'umanità intera, pecca di superbia e si ritiene il destinatrio di un messaggio universale. E quando capisce il suo errore ormai è tardi”.

Gli commento che sia il racconto sia la storia della sua genesi mi fanno pensare a Julio Cortázar più che a Jorge Luis Borges. “Nel senso di contaminare il fantastico con il quotidiano, sì. Quello che mi piace di Cortázar è che, anche se delega la spiegazione razionale o l'interpretazione al lettore, non la rivela mai. Mentre invece Bioy Casares va sempre molto più lontano”.  Da piccolo, Máximo Chehin era un lettore vorace di un autore prolifico: Gulio Verne. E il suo incontro precoce con i raccont di Jorge Luis Borges, così come per molti scrittori argentini, è stata una rivoluzione e una felicità. Poi, nell'adolescenza, è arrivato Ray Bradbury e, su una piattaforma petrolifera del Baltico, è stato poi il turno del minimalismo di Raymond Carver. Quale Carver preferisci? Il  Carver-Lish o il Carver senza interventi? “Gordon Lish e Carver sono stati una coppia creativa. Non possono essere dissociati l'uno dall'altro, anche se lo scrittore è Carver. Per questo mi piace molto correggere personalmente i miei racconti, fare il lavoro di scrittura e di edizione”. John Cheever, un altro de suoi autori preferiti, gli è caduto dal cielo o, per dirla meglio, dagli scaffali della libreria paterna. La madre raccolse il libro da terra e gli disse: “Guarda, qui c'è qualcosa che dovresti leggere”. E non lo ha più abbandonato.

Ultimo cerchio / Il cielo sotto i piedi - Máximo Chehin Tutti gli scrittori tracciano ciascuno la propria genealogia, però questa sembra molto variopinta. “Non sono un lettore di genere né uno scrittore di genere, se tralasciamo il fatto che sono un cuentista. I romanzi mi sembrano imperfetti e così devono essere. Sarebbe insopportabile la perfezione per trecento o quattrocento pagine”. In questo periodo in cui la lettura in digitale comincia a diventare mainstream, ci sono molte teorie. Una di queste afferma che le narrazioni brevi si adatteranno meglio alla nostra capacità di attenzione, assediata dalle mille sirene di Internet. Chehin non è d'accordo. “Il racconto è una forma letteraria superiore. Ha bisogno di molto più lavoro. E' più concentrato. Credo che, se davvero diminuisce la capacità di attenzione, piuttosto che disporci a leggere un racconto ci risulterà molto più facile entrare e uscire da un romanzo, a tratti, come quando entriamo e usciamo da una stanza familiare e un po' trasandata.  Il racconto è un distillato troppo perfetto per essere apprezzato da chi salta qui e là."

Si sorprende quando gli dico che è un libro il codice che, in entrambi i racconti, trasporta e determina la sorte dei suoi personaggi. “Non è stato un effetto voluto. Non li abbiamo nemmeno selezionati per questa ragione". Insisto sulla cosa, perché è troppo evidente per essere una coincidenza. Per tutta risposta, Chehin mi racconta la genesi di  “[Ultimo Cerchio](../?pageid=133&category=16&productid=7)”. “Avevo bisogno di tornare a un momento storico che permettesse l'isolamento, e un libro di carta è sempre isolato. Lo possiamo abbandonare in uno scaffale per molto tempo e continua a essere se stesso. E' atemporale. E' un oggetto trascendente che contiene conoscenza. Un pomeriggio ero in una libreria e stavo sfogliando libri di storia e di teoria politica. Una famosa frase di Marx richiama la mia attenzione: "la rivoluzione è l'oppio dei popoli". Quando la rileggo di nuovo, la frase era sparita, soppiantata dall'originale "la religione è l'oppio dei popoli".  Mi sono detto che dovevo scriverci qualcosa, perché questa lettura illusoria nasconde qualche verità”.

Io, per concludere, do per risolto l'enigma: entrambi i racconti di Chehin hanno un libro come centro narrativo, perché entrambi i racconti hanno avuto la loro origine passeggiando in libreria.

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