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La jeep del colonnello

28 Jun 2011 in news (ita) | questo post è lungo 334 parole

Il colonnello Knatte potrebbe essersi perso. Gli è rimasto un pugno di uomini in quella maledetta Russia inospitale e deserta; razioni e carburante non dureranno a lungo. L'unica cosa che rimane "tra lui e la sua dignità" è una jeep americana sequestrata ai russi, mesi prima. La sola che gli ricordi ancora le sue capacità di comando. Tutto è un ricordo, ormai. Lucidare la jeep, Knatte lo ammette, è "un bizzarro tentativo di invertire il corso del tempo", di invertire la ritirata ed essere invece al comando di un esercito vincente.

Voi forse pensate che il protagonista di questa novelette di Daniel Pearlman sia il colonnello, ma non è così. È il tempo il signore indisturbato dell'azione, contro cui tutti si affannano e scatenano ogni loro potere. Il tempo va a ritroso: con il pallido ricordo della forza dell'esercito, con metafore di clessidre rivoltate, di pellicole di film che girano al contrario, con l'idea stessa di ritirata che fa da cornice al racconto.

Mentre l'esercito si ritira dalle terre occupate, respinto da forze maggiori, un Medizinmann, un medico di campagna, potrebbe essere quello che ci vuole per salvare il capitano ferito che il colonnello ha il compito di riportare sano, salvo e possibilmente integro a suo padre, il generale. Peccato che il medico sia ebreo.

La gamba del capitano è gravemente infetta, e non sembra esserci altro rimedio se non l'amputazione. Oppure no. Oppure l'infezione potrebbe ritirarsi, costretta da forze maggiori, forti quanto tutti i demoni dell'inferno, quanto i più potenti messaggeri divini. L'infezione retrocede davanti a tanto potere, la morte stessa è costretta a fare un passo indietro. Ma tutto questo ha un prezzo e non è certo che tutti siano pronti a pagarlo.

"«Ho scelto questo piccolo villaggio chassidico perché era sperduto, perché io volevo perdermi, perché nessun vero dottore avrebbe mai messo piede in un buco miserabile come Drozh»", dice Yoel Stenberg, il guaritore. In fondo anche perdersi è un altro modo per ingannare il tempo e convincerlo a non trovarci.

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