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Daniel Pearlman: le distopie non ci abbandoneranno mai

22 Jul 2011 in news (ita) | questo post è lungo 831 parole

Un'intervista di Daria Bernardoni.

Daria: Oggi viviamo circondati dalla tecnologia. Scrivere fantascienza ha ancora senso in un mondo come il nostro?

Daniel: La portata di un buon racconto di fantascienza, di solito, va oltre ogni tecnologia contemporanea. E anche se questa trova un riscontro in alcuni degli oggetti descritti nella narrazione, la storia non dovrebbe mai - e non lo fa - dipendere dalla "meraviglia" suscitata dalla reazione al suo contenuto scientifico, non come aspetto principale.
Una buona vecchia storia di fantascienza, anche se parla di una tecnologia che non ci sorprende più, avrà successo nel tempo nella misura in cui l'autore è in grado di parlarci delle sfide che quella tecnologia propone ai personaggi o più in generale alla società stessa.

Daria: Quale pensi che sia il ruolo della fantascienza nella nostra società?

Daniel: Credo che la migliore fantascienza sia sempre un ammonimento, ed è questo il motivo per cui le distopie non ci abbandoneranno mai. La bioetica si interroga su temi legati a certe possibilità che la tecnologia ci pone davanti, che presentano veri e propri dilemmi morali. Ma direi che molte delle conclusioni a cui si giunge da questi interrogativi potrebbero essere dedotte dalla lettura di tanta buona fantascienza, in cui la maggior parte di questi problemi è stata dibattuta nel tempo più e più volte, in modo spesso illuminante dal punto di vista etico.

Daria: Secondo te qual è stato il periodo più ricco della storia della fantascienza?

Daniel: Penso che gli anni cinquanta abbiano rappresentato l'età dell'oro dell'invenzione fantascientifica. Era ancora una letteratura aperta a un pubblico vasto, con il suo linguaggio accessibile e temi non ancora irrigiditi nelle convenzioni del genere.

Daria: Ne L'ultimo sogno la tecnologia è un mezzo per il controllo del lato oscuro della mente umana, ma, al tempo stesso, è come un pennello nelle mani di Iones, qualcosa in grado di aiutare un artista a creare la sua opera. Che cosa pensi delle relazioni tra nuove tecnologie e creatività?

Daniel: Le nuove tecnologie richiedono senz'altro un enorme sforzo creativo, ma hanno anche bisogno di essere tenute sotto controllo, per via dei possibili danni che sono in grado di causare. Consideriamo per esempio le controversie su Facebook, i problemi inerenti alla privacy e così via. L'allarme che ho voluto lanciare con L'ultimo sogno concerne la necessità di stare in guardia contro gli incantevoli "somministratori di sogni" del nostro mondo, convincenti maestri dell'immaginazione che ci offrono soluzioni semplici ai nostri problemi sociali.
Un creatore di sogni con un pubblico sufficientemente ampio all'interno della società è quello che alla fine ci troveremo a riconoscere come uno spietato dittatore. Quel genere di sognatore che sa come avvantaggiarsi del nostro "lato oscuro".

Daria: Nella loro personale ricerca della felicità, Brian e Audrey cercano di tenere sotto controllo ogni aspetto della loro relazione, perfino il sesso è regolato d regole rigide e da turni precisi. Hanno una mentalità aperta, ma pare che questo non basti a soddisfarli. Tale pungente ritratto della vita di coppia sembra rovesciare, tra le altre cose, il significato  di Doppio Sogno (1926) di Arthur Schnitzler. Di più, la scena iniziale di Eyes Wide Shut (1999), capolavoro di Kubrick basato sullo stesso racconto, ritrae una scena quasi identica a quella che descrivi in L'ultimo sogno (1995), quando la coppia si trova a condividere il bagno. C'è una relazione tra il tuo racconto e quello di Schnitzler? Riconosci la tua influenza sulla scena girata da Kubrick?

Daniel: Non conosco il racconto di Schnitzler e non ricordo la scena di Kubrick. La mia principale ispirazione è stata l'osservazione del fatto che la nostra società sia così analitica nei confronti della sessualità e del modo in cui i media hanno continuato a sfruttare la rivoluzione sessuale degli anni sessanta. La mia sensazione è che, nonostante il fascino dell'amore libero, le cose veramente importanti non siano mai gratuite; e parlando d'amore, c'è un prezzo da pagare quando si cerca di separare la sfera fisica da quella emotiva.

Daria: L'ultimo sogno raffigura una società in cui le persone sembrano smettere completamente di pensare. È una sorta di critica sociale verso lo stile di vita contemporaneo? E perché?

Daniel: Speriamo in una vita senza dolore, ma se qualche persona o qualche istituzione magicamente eliminasse i nostri conflitti esistenziali - ossia ciò che ci causa più sofferenza - allora non avremmo più bisogno di pensare. Viviamo sotto l'incanto di grandi somministratori di sogni: registi, personaggi TV che ipnotizzano molti di noi per più di cinque ore al giorno, per non parlare dei nostri giocattolini cattura-attenzione: iPhone, iPad, etc. (credo di essere innamorato del mio nuovo MacBook Pro!). Prestiamo meno attenzione alle relazioni umane con le persone che abbiamo più vicine, viviamo in modo simile a degli automi, creature che non riescono nemmeno a trovare il tempo per pensare (per esempio, per nessuna riflessione critica su temi basilari).

Daria: Vorresti suggerire ai nostri lettori tre autori o tre titoli?

Daniel: Consiglio Paul Di Filippo, Stanislaw Lem e Jonathan Swift.

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