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Troppo allarme sui ragazzi e i social network?

08 Feb 2012 in news | questo post è lungo 545 parole

Guest post di Giovanni Boccia Artieri, autore di Facebook per genitori.

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C’è da preoccuparsi a leggere i dati diffusi da Save the Children in occasione del Safer Internet Day:

il 10,5% di ragazzi tra i 12 e i 13 anni si da appuntamento con una persona incontrata in rete, percentuale che cresce fino al 31 % fra i 16 e i 17 anni. E ben il 6,5% dei primi e 16% dei secondi invia video e immagini di sé nudi.

Dati che preoccupano anche dal punto di vista della narrazione che costruiscono: un adolescente su tre incontra sconosciuti che ha contattato online. Detto così fa ancora più effetto, lasciando intendere che il rischio sia quasi una certezza.

Ma se vogliamo fare correttamente il nostro mestiere (di genitori, di educatori, di cittadini), forse vale la pena di cercare di leggere la qualità del dato quantitativo, e ricordandoci come dietro ogni narrazione si nascondano le insidie affabulatorie del racconto che creano immagini così forti da diventare realtà. E a me piacerebbe che questa realtà tenesse conto del “senso” che ogni dato statistico cela, di quelle vite connesse dietro al racconto del dato. Abbiamo bisogno di narrazioni più sicure.

Se consideriamo altre ricerche, come quella Eu Kids Online, una delle migliori in chiave comparativa e di approfondimento anche qualitativo, scopriamo che i pericoli potenziali non sempre si traducono in danni effettivi. Un primo dato in contrasto è che l’8% dei ragazzi italiani (9-16 anni) ha incontrato faccia a faccia persone conosciute online – dato in contrasto con quello di Save the Children – e che solo sporadicamente simili episodi generano conseguenze negative sui soggetti protagonisti.

Perché occorre chiedersi “chi” conoscono e “chi” incontrano online. Forse la loro passione musicale li mette in contatto con altri fan del gruppo preferito e li fa andare in una città vicina a fare uno street team di supporto all’uscita del nuovo CD: lì incontrano per la prima volta fisicamente quelle persone con cui hanno passato ore al telefono e si sono confrontati su Twitter e Facebook per diffondere il verbo musicale dei loro idoli. Sentite come suona in modo diverso il dato?

Oppure i rischi sessuali: la visione e ricezione online di messaggi o immagini a sfondo sessuale è sì molto diffusa, ma i ragazzi intervistati raccontano che solo in rari casi condizionano negativamente le loro esperienze. Quando lo fanno, la stragrande maggioranza ne parla con i genitori. Se avete avuto a che fare con gli adolescenti, sapete come certe immagini vengano diffuse anche in modo leggero e (per loro) divertente, provocatorio e ammiccante. Diventano un pretesto per parlare della sessualità, tracciare i contorni dei tabù, e così via.

Non voglio dire che i rischi non esistano, solo che occorre costruire delle narrazioni che ci consentano di capire quando il rischio diventa pericolo. E per farlo dobbiamo attribuire il giusto “senso” ai dati.

"Andando oltre il velo delle interpretazioni sensazionalistiche dei mass media ed evitando di considerare la rete come un luogo virtuale, i cosiddetti “migranti digitali” possono riuscire a comprendere le motivazioni che spingono i “nativi digitali” a esporsi nelle piazze della rete e magari aiutarli, in un percorso comune, a maturare una consapevolezza maggiore delle proprie azioni." Vincos

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