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Silenzio sulle morti

16 Feb 2012 in news | questo post è lungo 579 parole

Capita, quando si ha la fortuna di avere un lavoro che affolla la scrivania di storie, di leggere pagine che raccontano qualcosa da cui non si riesce a mantenere del tutto il distacco. Si hanno delle preferenze, spesso si riflette su temi e idee che catturano la nostra attenzione più di altri.

Morire d'amianto è quel tipo di storia.

La passione di Silvana Mossano nel ripercorrere le tappe che hanno portato al processo Eternit è preziosa: la sentenza di lunedì 13 febbraio segna con la condanna dei due imputati una data storica nel calendario internazionale. Ma questa è un'opinione distaccata e non è quella di cui volevo parlarvi.

La notizia della sentenza non ha stravolto i palinsesti televisivi: l'avrete vista scorrere veloce nel telegiornale dell'ora di pranzo, le informazioni fondamentali e poi il "voltiamo pagina". Un richiamo in serata, forse, ma martedì l'agenda era già un'altra. Nella vita di molte persone - molte più di quelle che ci fanno caso - la pagina è difficile da voltare.

Non credo di avere nemmeno idea di che aspetto abbia, l'amianto. Leggo nelle testimonianze raccolte dalla Mossano l'angoscia di chi ci è cresciuto in mezzo, a Casale Monferrato, "la città bianca" per via della polvere: “perché io lì sono vissuta, ho giocato, l’ho respirata quella polvere, ce n’era uno strato di due centimetri che copriva la strada dove si andava avanti e indietro in bicicletta”. Ma non posso nemmeno dire che l'idea dell'amianto mi sia sconosciuta.

L'idea dell'amianto è in primo luogo quel senso d'angoscia in cui stento a immedesimarmi, di chi ha lottato perché venisse riconosciuta la pericolosità mortale di quel materiale. Nella mia memoria, l'idea dell'amianto è un ricordo d'infanzia.

Mio padre è un ingegnere in pensione, più di trent'anni spesi nella pubblica amministrazione nel costruire strade, scuole, e una parte di quegli anni dedicati alla sicurezza sul lavoro. Prima regola sacra: il lavoro sta fuori dalla porta di casa. Ma con la parola amianto - che capitava di sentire per la notizia dei costi di bonifica, o a partire dal 1992 per la legge che ne vietava l'uso a livello nazionale - il suo lavoro si sedeva con noi a pranzo.

Si leggeva, nel commento asciutto e consapevole di chi avrebbe potuto firmare in buona fede carte che ne approvavano l'uso, l'angoscia data dalla responsabilità tremenda che quella firma avrebbe comportato. Sono immagini e sensazioni che mi sono tornate in mente, lavorando a questo libro.

Questo Natale, quando si parlava della possibilità che il Comune di Casale accettasse l'"offerta del diavolo", fatta di soldi e della rinuncia a qualsiasi azione legale futura, l'amianto è tornato a sedersi con noi a tavola. "La gente non conosce proprio la vergogna", dice mia madre, riferendosi alla proposta. "Adesso lo sappiamo tutti, dell'amianto, e tutti condanniamo. Ma allora... allora, quando era economico, indistruttibile... ma immaginate cos'è, un materiale indistruttibile, in ingegneria? ...allora l'avremmo messo anche nel primo caffè al mattino. Era la soluzione a tutto, era il miracolo. Ci dicevano che lo era."

E il seguito di quella frase, che rimane nel silenzio, parla di un'altra tragedia: quella della buona fede, quella di chi pensando di agire per il meglio potrebbe aver firmato la condanna a morte di chissà quante persone allora e in futuro. Quella di chi - questo non lo so - magari si è visto passare sulla scrivania delle carte da approvare, con la parola amianto in un elenco di materiali, e sente il peso della responsabilità di quella firma.

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