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Fulfillment, un racconto di Miracle Jones

20 Dec 2013 in storie | questo post è lungo 5081 parole

Miracle Jones è un autore texano di cui si parla parecchio negli USA. È famoso per le sue digital-short-stories, per i video che posta su YouTube in cui racconta le sue storie (che ottengono migliaia di visualizzazioni) e perché insieme a un gruppo di loschi figuri ha dato vita a The Fiction Circus, un ambizioso - e bellissimo - progetto che cerca di ridare nuova vita a un genere ormai dato per spacciato. Non potevamo non intercettarlo. Ecco per voi la traduzione di Elena Cantoni, dietro esplicito consenso dell'autore. Buona lettura!

FULFILLMENT

Lavoro al nuovo Centro distribuzione di Amazon a Haslet, in Texas. Sono un raccoglitore stagionale, assunzione part-time. È inverno. Qui non ci chiamano operai. Siamo collaboratori. Il lavoro che mi hanno assegnato potrei farlo con i postumi da sbronza, o fumato, e almeno in teoria dovrei guadagnare a sufficienza da pagarmi l’appartamento, un posto dove custodire tutte le mie lattine di birra vuote, i sacchetti accartocciati di Taco Cabana, i mucchi di merdosi romanzi di fantascienza.

Sono tornato nella mia città natale perché non volevo più stare a Dallas, o forse non ero all’altezza della grande città, oppure, almeno per un po’, volevo dimenticare come funziona Internet.

Tecnicamente, non sono un dipendente di Amazon. In senso stretto, sono un dipendente della loro agenzia per il personale, un posto che chiamano “Soluzioni umane”.

La rappresentante di Soluzioni umane a Haslet è una certa Ashley Hood (come Robin Hood, come gli Hood’s Rangers, come i Texas Rangers). È una tipa fantastica che conosco da sempre, ed è grazie a lei che ho ottenuto il lavoro. Al liceo, dopo le prove di teatro, andavamo nel parcheggio di Cici’s Pizza a sniffare lacca e scopare.

A quel tempo il sesso era una soddisfazione, come aggiustare il carburatore unto d’olio a mani nude, e poi dare gas al motore. Eravamo entrambi conciati male allora, e anche se nel mentre Ashley mi ha eclissato di parecchio, abbiamo ancora qualche problema in comune.

Di tanto in tanto ci risentiamo da un website che si chiama DRNKR, come grindr, solo che si riferisce alle sbronze invece che alle scopate.

Ti colleghi, e segnali i posti della tua zona dove si beve gratis. Un ricevimento di nozze, un funerale, un evento aziendale, l’inaugurazione di un’enoteca, eccetera. Guadagni punti DRNKR in funzione del numero di utenti che grazie al tuo post riesce a sbronzarsi senza spendere un centesimo. Un tot di punti, e hai diritto ad alcuni premi promozionali offerti dalle ditte di liquori: T-shirt, insegne al neon da appendere in bagno o gite in pullman.

A Dallas ne avevo totalizzati una valanga, quindi sono stato promosso a segnalatore e moderatore del sito. Sono una cazzo di superstar, a DRNKR. Ostento il loro logo sui boxer e sulla custodia del cellulare. Non che ne vada orgoglioso.

Grazie a DRNKR, io e Ashley Hood ci siamo trovati allo stesso ristorante griglieria che offriva aperitivi per promuovere una nuova salsa barbecue. Ci siamo abbracciati. Non è scattata alcuna alchimia tra noi, oppure la reazione chimica è balorda, specifica e non sessuale, tipo titolazione della candeggina o qualcosa del genere.

Lei mi fa: «Al liceo avevi sempre l’erba migliore. Ne hai ancora?».

E io: «Conosci un posto dove assumano gente senza credenziali o esperienza e con un’igiene personale scadente?».

Il mio messaggio è: «Ti prego, mi trovi un lavoro?».

Il suo: «Mi restituisci la copia di Dragon Warrior 6 che ti ho prestato?».

Ottengo il posto.

Compilo un fascio di moduli all’ufficio Soluzioni Umane, che si trova in un centro commerciale dietro lo studio di un ortodontista. Mi spiegano le mie mansioni. In sostanza, si tratta di fare acquisti da Wal-Mart per gente che si vergogna di fare shopping da Wal-Mart.

Per il primo giorno di lavoro, scelgo la meno conciata tra le mie T-shirt nere da idiota. All’ultimo minuto la indosso al contrario. Meglio le macchie di deodorante del disegno fosforescente del tizio che si fa un pompino da solo. Chissà, forse di colpo sono diventato adulto.

I neo-assunti, collaboratori temporanei del Centro di Haslet, sono trecento. Nuove reclute per la stagione natalizia.

Il nostro manager, un vero dipendente Amazon, ci spiega che per il momento siamo lavoratori stagionali, ma Amazon tende ad assumere “dall’interno” se i volumi restano alti. Per tenerli tali, bisogna che la gente ami i servizi Amazon al punto da continuare a usarli per il resto dell’anno.

Ci consegnano un libretto informativo con intricate regolamentazioni contro le molestie sessuali e ci costringono ad assistere a un video sugli umili inizi di Amazon e sulla sua brillante ascesa ai vertici di ogni mercato.

La morale: Il nostro potere risiede nel CUSTOMER SERVICE!!!!!!!!! E adesso su alcuni mercati CONSEGNAMO IL GIORNO STESSO!!!!!!!!!

Di fianco a me siede un tizio coperto di tatuaggi dei Looney Tunes. Durante il video, commenta a voce alta che Jeff Bezos «ha l’aria di uno che si depila tutto il corpo e ama farsi chiudere l’uccello in una gabbietta mentre i camionisti di Craigslist si scopano sua moglie a turno».

Parecchi degli altri collaboratori temporanei ridono della battuta.

Lui non viene licenziato.

«Pare che stia costruendo una base di lancio spaziale nel Texas occidentale» dice un altro.

«Cazzate» risponde il tipo con i tatuaggi dei cartoni animati.

«No, sul serio» insiste l’altro, un tizio allampanato con una lunga barba bianca e una bandana della bandiera Confederata. «Su ogni dollaro di utili, Amazon investe dieci centesimi per spedire nello spazio ricchi finocchi non-morti a bordo di stazioni orbitanti. Dopodiché, tutti NOI rimasti SULLA TERRA saremo tramutati in riserva naturale.»

«Cazzate» ripete il tipo dei tatuaggi, ma è evidente che il piano gli suscita una certa ammirazione.

«Aspetta e vedrai» replica il sudista allampanato. «In futuro le checche immortali saranno padrone dell’universo.»

Il magazzino è il più grande edificio al chiuso che abbia mai visto. Ci spiegano che non serve familiarizzarci con le merci e con la loro disposizione. Basta seguire il tracciato di milioni di lucette LED che si accendono per guidarci lungo il tragitto, di prodotto in prodotto, e poi alla postazione di carico. Il Centro distribuzione è un intrico di nastri trasportatori che portano il prodotto selezionato all’addetto che accatasta i pacchi, pronti per i camion delle consegne che vanno e vengono ventiquattro ore su ventiquattro.

Una volta ho letto un libro sugli scarafaggi. Diceva che se li metti in un labirinto sospeso sopra una tanica d’acqua per impedirne la fuga, e li colpisci con una scarica elettrica ogni volta che sbagliano bivio, diventano sempre più rapidi a percorrere il labirinto. Ma ecco la cosa pazzesca: persino se li decapiti, i gangli nell’addome gli permettono comunque di trovare la strada giusta.

Il mio lavoro si potrebbe insegnare persino al culo di uno scarafaggio.

Consegnano a ciascuno un Kindle touch-screen ammaccato e riadattato. Il Kindle ci dice quale prodotto prendere e in quante copie. Dobbiamo scannerizzare il prodotto con il Kindle ogni volta che lo selezioniamo, e poi di nuovo prima di piazzarlo sul nastro trasportatore.

Ci autorizzano a indossare le cuffie e ad ascoltare quello che ci pare durante il lavoro, purché il volume non sia troppo alto e non disturbi gli altri. Ci mostrano i bagni, e ci dicono che durante le dieci ore di turno abbiamo diritto a due pause di quindici minuti, o a una pausa cumulativa di trenta.

Ci consegnano il cartellino e ci mostrano dove timbrarlo in ingresso e in uscita. Ci informano che non è un problema se ci ammaliamo, ma se non avvertiamo per tempo, verremo licenziati in tronco. Sottolineano quante altre persone si sono candidate al nostro stesso impiego, e adesso sono in attesa di rimpiazzarci, impazienti di guadagnare abbastanza soldi da comprare regali di Natale ai bambini. Ci dicono che siamo noi i veri elfi. Che Amazon è il vero Babbo Natale.

«Quando si comincia?» domanda il tatuato Looney Tunes. «Ho tempo per una birra e una scopata?»

«Hai già cominciato, ti paghiamo a partire da adesso» dice il supervisore, un tizio di nome Spivey, con la spocchia, la pancia, la mascella, i calzoni corti e la trippa indecente di un allenatore di football delle medie. Indossa una Polo attillata con il logo di Amazon sul triangolo flaccido della tetta sinistra.

«Qui abbiamo una piccola usanza che ci distingue da qualsiasi altra azienda» dice. «Quando fate un buon lavoro, potete urlare. Una prerogativa che ci rende unici.»

Aspetta che qualcuno gli chieda cosa cazzo sta dicendo, ma nessuno apre bocca.

«Proprio così» prosegue. «Se fate qualcosa di davvero straordinario, potete alzare la testa e urlare a pieni polmoni. Proviamoci tutti insieme, eh?»

Conta “uno, due tre...” e noi facciamo un gridolino di malavoglia. Ci ordina di rifarlo, finché l’urlo è abbastanza forte e convincente da soddisfarlo. Sì, pare proprio di stare nella squadra di football delle medie.

«Intorno a Natale, se avrete capito cosa diavolo state facendo, sentirete urlare dai quattro angoli del magazzino» dichiara, in tono compiaciuto.

Spivey ci presenta anche una certa Kathy Jane, responsabile di quelle che lui definisce “le macchine dei libri”. In un angolo buio ci sono dieci macchine. Fanno un fracasso tale che mi vibra il torace, e sento montare la nausea. Servono a stampare tascabili su ordinazione.

«SALVE» sbraita Kathy Jane, per farsi sentire sopra il frastuono. Non indossa la divisa Amazon. Porta una felpa decorata da un gatto 8-bit.

La felpa è fichissima. Kathy Jane è alta un metro e sessanta e larga uguale. Mi piace un botto. Tutti gli altri passano oltre, proseguendo il giro di orientamento. Io resto indietro.

«COSA SONO QUESTE MACCHINE?» strillo. «IN COSA CONSISTE IL TUO IMPERO?»

Kathy Jane mi indica di seguirla, finché ci troviamo dietro una barriera di confezioni di martelli scadenti. Grazie al riparo, riesce a parlare a un volume normale.

«Mi occupo della stampa su richiesta per Amazon CreateSpace» dice. «Lo chiamano self-publishing. Un mucchio di gente ci tiene a stampare le proprie opere, ma non riesce a farsele pubblicare, oppure non vuole condividere gli utili con un editore. Noi stampiamo i loro libri su ordinazione, una copia alla volta.»

«Fica la tua felpa.»

«Grazie» risponde Kathy Jane, lanciando un’occhiata alle mie spalle e diventando rossa come un peperone.

«Sei scrittrice anche tu?» domando.

Ci sto provando? Ma cosa mi è preso?

«Secondo me scrivi» insisto.

«Ogni tanto» risponde lei. «Cioè, non che mi abbiano pubblicata, però un paio di libri li ho scritti. I colleghi mi prendono in giro. Come lo sapevi? Te l’ha detto qualcuno, eh?»

«Posso leggerli?»

Finge di non aver sentito, e io non ripeto la domanda. Con la coda tra le gambe, vado a raggiungere il resto del gruppo.

Gli articoli ammassati sul pavimento del Centro distribuzione non sono riuniti per categoria. Ci spiegano che è un sistema per evitarci di afferrare quello sbagliato inavvertitamente. Per esempio, se due tipi di sabbietta per gatti hanno codici d’inventario diversi, si trovano ai lati opposti del magazzino.

Il lavoro è elementare, e spossante.

Ascolto podcast e cerco di non fare amicizia con nessuno. Tutti i miei colleghi hanno l’aria di avere un disperato bisogno di aiuto, e a me non va di aiutarli.

Prendo una pausa di venti minuti, recupero una barretta dal distributore e la mangio in sala ristoro, dove un gruppo di gente sta guardando una partita di basket. Non ci sono libri da leggere, ma c’è una copia di Golf Digest del mese scorso. Comincio a scorrere un articolo che spiega come smettere di mancare l’ultimo colpo a un metro dalla buca. Il segreto è: Rilassatevi e tirate dritto.

“Prometto di rilassarmi e tirare dritto”, mi impegno mentalmente con Golf Digest.

Kathy Jane entra e si siede per conto suo, a mangiare un sandwich preso da una busta di carta. Avrei voglia di correre a sedermi con lei, ma mi trattengo. Mangiamo entrambi in silenzio. Quando si alza per andarsene, la seguo.

«Certo che la gente legge proprio libri idioti» dico, cercando di attaccare bottone.

Lei mi sorride.

«Quelli che stampo io sono assurdi» dice. «Immagina il livello, se nemmeno gli editori sono disposti a pubblicarli. Porcherie. Proprio nel senso del sesso. Quasi tutti pornografici. Amazon disapprova, ma rispetta il diritto d’espressione.»

«John Brown giace nella tomba là nel pian...» canticchio io.

Lei ride.

«Cosa ci fa una scrittrice, qui?» domando. «Come lavoro mi sembra deprimente per una che scrive.»

«Lo faccio per gli sconti» dice. «Compro un mucchio di libri, e ho anche uno sconto su quelli che stampo. Sulla grafica, sull’editing, e anche sulle spedizioni. È un affare. Non credo che potrei permettermi di stampare libri se non lavorassi qui.»

«Che genere di libri scrivi?»

Ma il tempo a mia disposizione è scaduto. Kathy Jane si allontana e torna alle sue macchine, dove il rumore impedisce qualsiasi conversazione.

«Kathy Jane stampa tutti i PORNO» dice Spivey, mettendomi una mano sulla spalla. «Ha chiesto ESPRESSAMENTE il posto. Non è incredibile? State diventando amici?»

«Forse.»

Spivey scoppia a ridere.

«E tu da dove vieni?» domanda.

«Sono di qui» rispondo. «Anzi, dal magazzino si vede l’ospedale dove sono nato.»

Lo indico. Lui segue la direzione del mio dito, anche se siamo al chiuso. Amazon non vende ancora ospedali.

Nel punto indicato, un elenco di parole gigantesche, grandi quanto un essere umano, è dipinto sul muro.

OSSESSIONE

FRUGALITÀ

PROAZIONE

TITOLARIETÀ

ALTO STANDARD DI TALENTO

INNOVAZIONE

Non so cosa significhi “proazione”, ma me lo tengo per me.

Passa una settimana. Il lavoro è logorante, alienante. Molti si licenziano dopo qualche giorno, perché esistono sistemi ben più facili di non guadagnare un granché. Per fortuna non è estate. Immagino che l’inverno sia il periodo migliore dell’anno per farsi il culo in un magazzino, a inscatolare romanzi di Stephen King da spedire alla gente.

Tento più volte di agganciare Kathy Jane, ma lei è bravissima a evitarmi. Ho l’impressione che non dia corda ai collaboratori stagionali. Inutile allearsi con gente di passaggio. Deve tenere le distanze dai subordinati per conservare il suo rango nella gerarchia Amazon.

Pensare e fantasticare su di lei mi aiuta a non perdere la concentrazione e l’equilibrio mentale. La gente arriva, fa quello che deve a testa bassa e ascoltando la sua musica, poi se ne va. È strano, come lavorare in un cantiere. Tranne che non stiamo costruendo niente. Dobbiamo solo accertarci che se qualcuno ordina una confezione di saponette o un Dvd su quant’è crudele tenere le orche in cattività li riceverà APPENA UMANAMENTE POSSIBILE e A QUALSIASI COSTO.

Perché c’è il rischio che cambi idea.

Se ottenere quel particolare prodotto si rivela complicato, magari deciderà di non comprarlo.

Un giorno, Kathy Jane mi viene incontro con un sorrisone. Regge tra due dita un pesciolino d’argento. L’insetto si dibatte.

«Fico» commento io.

«Vuoi vedere una cosa pazzesca?»

«Certo.»

Parte a spron battuto. Io la seguo tra le pile di libri, emozionato al pensiero che la famosa Kathy Jane responsabile delle macchine dei libri mi abbia rivolto la parola. Si ferma, e aggrotta la fronte, sembra essersi persa. Poi trova ciò che stava cercando.

«Guarda» dice, indicando una catasta enorme di copie di Helter Skelter, il libro di Vincent Bugliosi sulla Famiglia Manson. «Là sotto.»

Mi metto carponi e guardo.

«C’è un grosso barattolo di vetro pieno di pesciolini d’argento» dico, alzandomi in piedi.

Lei fa una risatina. Prende il barattolo, svita il coperchio, e aggiunge il suo esemplare agli altri.

«Ogni volta che ne trovo uno, lo metto nel barattolo» dice. «Riescono a sopravvivere un anno intero senza cibo. Mi sono documentata.»

Mi frugo le tasche in cerca del cellulare.

«Dobbiamo scattare un foto da postare su Internet!» dico, battendo un dito sul barattolo. «Se lo piazziamo in cima ai libri, riusciamo a inquadrare il logo di Amazon.»

«Magari la prossima volta che qualcuno ordina un romanzo di Mackenzie Bezos gli riempio la scatola di insetti» dice Kathy Jane. «Mackenzie è la moglie di Jeff. Fa la scrittrice. Famosa, anche.»

«Kathy Jane!» esclamo, scioccato. «Sei tremenda. Credi che questo posto sia infestato?»

«È possibile. Cioè, i disinfestatori vengono ogni settimana.»

«Lo sapevi che sulla luna ci sono gli scarafaggi?» domando.

«Balle.»

«Giuro. E anche nella stazione spaziale internazionale. Sono perfetti per la vita nello spazio. Fiutano il cibo in tre dimensioni, e si adattano a qualsiasi ambiente. Un astronauta ne aveva adottati alcuni come animaletti domestici, quelli hanno cominciato a moltiplicarsi, e adesso la stazione è infestata. Una volta hanno causato un incidente diplomatico tra India e Russia.»

«Sulla luna, però...»

«Ti dico di sì. Lassù abbiamo lasciato un mucchio di ciarpame, casomai dovesse servire. Gli scarafaggi si nutrono mangiandosi tra loro, e sgraffignando succo di frutta liofilizzato. E gelato spaziale. Vivono nella sonda lunare. Le temperature sono un po’ fredde, ma il rivestimento in pellicola di alluminio o quello che è assorbe il calore e dura per migliaia di anni.»

Natale si avvicina, e il lavoro diventa frenetico. L’agitazione di Spivey cresce. Ho l’impressione che venga regolarmente fustigato dai suoi capi. Mi sa che il rendimento del nostro Centro distribuzione non è all’altezza della media.

Un giorno, decido di mettermi alla prova impegnandomi al massimo, tanto per fare qualcosa di diverso. Passo tutto il turno lavorando come un matto, seguendo le lucette LED, quasi correndo per mettere le varie cazzate sui nastri trasportatori. Ogni volta che qualcuno mi dà del leccaculo, io rispondo che sono diventato proattivo.

Mi sbatto al punto da attirare l’attenzione di Spivey. Verso la fine del turno, mi raggiunge e mi mette una mano sulla spalla. La lascia lì, mentre io gli rivolgo un sorriso da bastardo assoluto.

«Sai una cosa?» dice. «Puoi urlare. Te lo sei meritato. Che ne dici? Ti va di urlare?»

«Posso?»

«Proprio così. Ultimamente hai lavorato alla grande. Sei un modello. Quindi se vuoi, puoi urlare.»

«Devo farlo subito, o è come un credito che posso incassare quando mi sento davvero ispirato?»

«Non saprei» risponde Spivey, meditabondo. «In genere la gente urla subito, appena sa di poterlo fare.»

«Preferirei tenermi il bonus.»

Mi toglie la mano dalla spalla.

«Fai come credi» dice, e si allontana. L’ho deluso.

«Grazie!» gli dico, mentre se ne va.

Una settimana prima di Natale, compro a Kathy Jane un cesto gigantesco stipato di formaggi, bustine di tè e prosciutti affumicati. Non l’ho ordinato da Amazon. Glielo presento, indossando un gran sorriso e la mia migliore T-shirt dei Cannibal Corpse.

«Ti ho comprato questo» dico.

Lei prende il cesto. Lo scruta, a fronte corrugata, poi scoppia in lacrime.

«Grazie» dice, mesta.

«Che c’è che non va? È un cesto di formaggi! È un regalo gettonatissimo!»

«Lo so. È magnifico. Solo che mi hanno licenziata. Dal 1° gennaio mi lasciano a casa.»

«Cosa? E perché? È assurdo! Sei responsabile delle macchine dei libri!»

«Lo so. Ma dicono che adesso non serve più un addetto per gestirle. Il prodotto passa direttamente dalle macchine al nastro trasportatore. C’è stata una riunione, e hanno anche deciso di non vendere più titoli erotici e per adulti. A dire la verità, io non facevo quasi altro. Senza il lavoro, perdo lo sconto. Non so come farò. Non potrò più stampare i miei libri e spedirli. Non me lo posso permettere.»

«Non mollare. Costruisci una piccola fortezza con gli scatoloni, nascosta dietro le pile di libri. Esci a notte fonda e usi le macchine per stampare i tuoi libri, poi li infili di soppiatto in spedizione.»

Lei ride.

«Impossibile» dice. «Ci sono videocamere dappertutto. Mi scoverebbero subito.»

Sospiro. «Cazzo, è tremendo.»

«Ti va di vedere i miei libri?» dice, con un filo di voce.

«Ma certo che voglio vederli, Kathy Jane.»

Mi accompagna nel suo regno, tirando su col naso. Raggiunge una delle macchine che al momento non sta stampando tascabili su richiesta per la vendita diretta.

«Vorrei avere abbastanza soldi da comprarmene una» dice «ma Amazon ha acquistato i brevetti della tecnologia per averla in esclusiva, e tiene i prezzi troppo alti perché la gente come me possa comprarsi una macchina. Altrimenti potrei aprire un coffee shop a Dallas, e la macchina farebbe da attrattiva principale. I clienti potrebbero venirsi a stampare tutti i libri che vogliono. E io potrei stampare e vendere i miei. Potremmo anche vendere i volumi resi dai clienti, a un dollaro l’uno. Un instant bookstore. Non dovresti nemmeno aspettare i due giorni della consegna Amazon.»

Compone un codice sulla pulsantiera, e la macchina comincia vibrare e ronzare.

Restiamo fianco a fianco, in silenzio. Dopo un po’, la stampa è finita. La macchina incolla la copertina, taglia le pagine nel formato giusto.

Lei guarda il libro, lo annusa, poi me lo allunga.

Il titolo è: Ronda della micia I: L’orgia felina.

«Sono racconti erotici, ma i protagonisti sono gatti» dice. «Finora ne ho scritti dieci. Questo parla di un randagio di nome Lester che organizza una festa per tutti i gatti del quartiere, e la situazione gli sfugge di mano.»

«Wow.»

«Già. Non è roba per tutti. Finora non ci sono state recensioni su Amazon. Ho fissato un prezzo molto contenuto, così chi vuole davvero leggerli ne ha la possibiltà. Ma adesso non potrò più farlo.»

«Posso leggerlo?»

«È per te.»

Mi stringo il volume al petto.

Incasso il mio penultimo stipendio. Un giorno, Kathy Jane non si presenta al lavoro. Cerco di scoprire il suo indirizzo, o un numero di telefono, ma nessuno vuole aiutarmi. Il giorno prima del giorno prima del giorno prima di Natale, Spivey viene a cercarmi. Sono le ultime ventiquattro ore utili per ordinare un prodotto, se vuoi riceverlo in tempo per la mattina di Natale.

«Kathy Jane ti ha mai spiegato come funzionano le macchine dei libri?» domanda Spivey. «Eravate amici, giusto? Ti ha mostrato il funzionamento?»

«Certo.» Comincio a spiegarglielo, ma lui taglia corto.

«Tra un paio di mesi, il processo sarà completamente automatizzato» dice. «Ma al momento stiamo ricevendo ancora migliaia di ordini, e lei non è più venuta al lavoro.»

«Sai dove abita?»

Scuote la testa.

«Saresti capace di usare le macchine per un po’, come incarico provvisorio? Cioè, non possiamo assumerti ufficialmente, o niente del genere. Ma sarà più divertente che smistare gli articoli in magazzino, giusto? E chissà, magari dopo la grande baraonda potremmo trovarti un impiego fisso. Considerato che sei nato qui, e tutto il resto.»

«Sarebbe fantastico.»

«Ottimo. Domattina vai direttamente alle macchine, invece che fermarti in magazzino.»

Decido che domani sarà il mio ultimo giorno di lavoro. Non voglio passare il Natale in questo posto. Nessuno dovrebbe farlo. Mentre timbro il cartellino all’uscita, passo dall’ufficio amministrativo con la scusa di aver perso il badge, e rubo una manciata di etichette da spedizione.

Passo la notte insonne, a leggere il pornofelino di Kathy Jane. Non è affatto male.

«Lester Cucciolo, indomito condottiero della ronda della micia, avrai la tua dannata vendetta» dico tra me, seduto a gambe incrociate sulla schifosa moquette macchiata del mio appartamento mentre, tra un sorso e l’altro, mi appoggio la lattina da 700 ml di Bud Light Lime Michelada sull’inguine per raffreddarmi i testicoli. Non ho il termostato, e il padrone di casa tiene il riscaldamento al massimo. Anche a finestre spalancate, grondo di sudore al punto che riesco a succhiarmelo dal labbro superiore.

Non chiudo occhio. Sono troppo eccitato e ho troppe cose da fare. Cerco indirizzi di bar in tutto il paese e invio messaggi via DRNKR, creando eventi.

La mattina dopo mi dirigo in silenzio alle macchine dei libri. Spivey viene a controllarmi. Arriva qualche ordine, e io stampo diligentemente i titoli, metto i volumi sul nastro trasportatore affinché vengano scannerizzati, smistati e imballati.

Poi comincio a stampare copie di Ronda della micia I: L’orgia felina. Per non suscitare i sospetti di Spivey, continuo a sbrigare gli ordini in entrata stampandoli su una macchina, e uso le altre per produrre quante più copie possibile del pornofelino di Kathy Jane. Sputano un volume ogni cinque minuti, dodici all’ora, sessanta in tutto. Sparo un libro dopo l’altro, li sistemo a trenta per volta nelle scatole per i grossi quantitativi, incollo le etichette che ho già compilato, chiudo l’imballaggio.

Sul nastro trasportatore, le scatole già sigillate superano lo smistamento in automatico e passano direttamente in spedizione.

Riesco a riempirne due all’ora. Il mio turno ne dura dieci, quindi faccio una spedizione a venti città diverse ai quattro angoli degli Stati Uniti.

Trovare la birra è un po’ più complicato. Amazon vende birra e vino, ma appoggiandosi a fornitori esterni. Quindi devo introdurmi di nascosto alla postazione del manager, e correggere gli ordini già registrati usando i codici dell’account di Spivey, che ormai conosciamo tutti a memoria, avendo passato sei settimane a sbirciare da sopra la sua spalla ogni volta che doveva rimediare a una nostra cazzata.

Cambio gli ordini inseriti per gli acquisti natalizi dell’ultimo minuto in richieste di casse di Bud Light Lime Michelada in lattine da 700 ml.

Gli utenti di DRNKR rispondono a raffica ai miei post. Ho organizzato eventi in venti città del Paese.

Questo è il mio post:

FESTA NATALIZIA PER IL LANCIO NAZIONALE DI ORGIA FELINA!

Sponsorizzata da Amazon.com e Bud Light Lime.

Bud Light Lime gratis fino a esaurimento scorte, e copie omaggio di Ronda della micia I: L’orgia felina di Kathy Jane Freshnell. È tutto legale. L’unica regola per il diritto a bere birra gratis è dare cinque stelle al libro di Kathy Jane nelle recensioni Amazon. BUON NATALE a voi tutti schifosi ubriaconi!

Deposito l’ultimo scatolone di libri sul nastro trasportatore, e aspetto.

Per un’ora, resto con le mani in mano. Arriva il camion delle cinque e carica i pacchi per il giorno dopo, compresa la produzione di pornofelino. Ce l’ho fatta. È il momento di concedermi il giro di della vittoria. E di accertarmi che l’operazione vada a buon fine.

Mi guardo intorno, in cerca di Spivey.

«Spivey!» grido. «Dove sei, amico? Mi serve un intervento manageriale!»

Dopo qualche minuto, lo vedo arrivare. Si massaggia il ventre con le manone, e ha un’espressione rettiliana e incattivita.

«Che vuoi? Non dirmi che hai un problema.»

Non rispondo. Mi siedo sul bordo del nastro trasportatore, con le gambe penzoloni.

«Ehi, non sederti sul quel coso. Sta attento!»

Mi spingo all’indietro e mi siedo all’indiana sul nastro. La macchina mi trasporta via, verso il centro smistamento, tra file di computer a schermo piatto al cuore del deposito.

«Piantala» dice Spivey. «D’accordo, ti sei divertito, ma adesso scendi. Dove credi di andare?»

Mi alzo in piedi.

«SCENDI SUBITO!» urla Spivey. Mi corre dietro, ribaltando torri di tazze da caffè spiritose e pile di scadenti mobili da giardino in plastica.

Si raduna una folla.

«C’è un tizio sul nastro trasportatore!» sento urlare a distanza di miglia.

«Cavalca l’onda, amico, surfala!»

Mi tengo in equilibrio.

Monta il tifo.

«TI CONSIGLIO DI SCENDERE ALL’ISTANTE!» sbraita Spivey. Adesso anche gli altri manager hanno cominciato a rincorrermi, cercando di tenere il passo, ma non osano arrampicarsi sul nastro, per timore di romperlo e di bloccare tutto il processo di spedizione.

Io sfreccio attraverso il deposito a una velocità vertiginosa.

«Consegna in giornata!» urlo a Spivey.

Mi abbasso i pantaloni. Mi accoscio.

All’inizio, nell’agitazione, temo di non riuscirci.

Poi però mi ricordo il mio bonus. Comincio a urlare. Un urlo belluino.

Si zittiscono tutti. Mi guardano. Mi scrutano. So che la mia immagine si sta imprimendo a fuoco nella memoria di ciascuno. Non sono più un collaboratore temporaneo. Non sono temporaneo affatto. Sarò un ricordo permanente, stampato nelle loro menti e nei loro sogni e su tutte le videocamere puntate su di me.

Dopo un paio di scoregge a vuoto, mi spremo un grosso stronzo filamentoso, badando a depositarlo alle mie spalle per non calpestarlo.

I manager si arrestano sui loro passi. Sono disgustati. Tutti gli altri mi acclamano.

«Pagherai di tasca tua le pulizie!» grida Spivey. «Detraggo il costo dal tuo stipendio! Prendetelo! Qualcuno lo faccia scendere! Chiamate la polizia!»

«Manco per sogno» gli dice il suo capo. «Farebbero rapporto. Ti sembra il caso?»

Mi riallaccio i pantaloni e comincio a correre in senso contrario, più o meno alla stessa velocità del nastro.

«Meglio sbrigarvi a intercettare il mio stronzo» li avverto. «Sta andando dritto verso il centro smistamento e spedizione. Imbratterà tutto. Se si impasta sulle spazzole alla fine del nastro, non un solo pacco resterà illeso. Se poi entra nelle macchine, non riuscirete più a togliere il tanfo. E la mia merda si spargerà su tutti quei bei pacchi di Natale pronti per la spedizione. Dovrete rifare da capo ogni imballaggio. Resterete bloccati un giorno intero. Se correte, però, riuscite a prenderlo. Coraggio, andate ad acciuffare il mio stronzo!»

La costellazione di manager e guardie di sicurezza si rende conto che ho ragione, ma a nessuno viene in mente di spegnere il nastro. Rinunciano a rincorrere me per inseguire la mia vendetta fecale, e cercare di raggiungerla prima che venga risucchiata nella macchina di smistaggio e smerdi tutta la filiera. Appena sgomberano il campo, io salto giù dal nastro e mi precipito alla porta. I colleghi levano grida di incitamento, alzando le braccia per darmi un cinque che io non concedo a nessuno.

«PRESO!» grida Spivey. «Cristo santo, è ancora caldo. Qualcuno mi trovi un cazzo di asciugamani, o un paio di guanti di gomma.»

Raggiungo le grandi porte di metallo dell’uscita di emergenza, le spalanco, e l’aria gelida della sera mi schiaffeggia come uno spazzolone fradicio su un pavimento di piastrelle. Ho lasciato la bici parcheggiata in posizione strategica. La inforco, e comincio a pedalare come un forsennato.

Sono di nuovo disoccupato.

Ma quest’anno, per quanto si affannino a strofinare i pacchi, un residuo della mia merda è destinato a restare. Ho cagato sul Natale di tutto il Paese.

Sto da dio, come mi sentivo al liceo, quando saltavo fuori dalla finestra a notte fonda, atterrando su un cespuglio, per andare di nascosto a una festa in un campo da qualche parte. Ho scontato la pena. Ho guadagnato un po’ di soldi. So di non contare niente a questo mondo. Non sono un genio milionario. Non sono un brillante innovatore e imprenditore self-made.

Ma sono comunque capace di cose che loro non potranno mai fare, e in questo momento mi sento alla grande. Forse nessuna esperienza può cambiarti la vita, e loro saranno anche i padroni dell’universo, mentre il totale dei miei averi sta comodamente in un borsone di plastica, ma Gradatim ferociter, per dio!: “Un passo alla volta, con ferocia”, anche se significa camminare in contromano su un nastro trasportatore, senza mai arrivare da nessuna parte, senza mai venire smistato correttamente né consegnato abbastanza in fretta da evitare le lamentele dei clienti.

Fulfillment, di Miracle Jones

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