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Intervista a un uomo che ha scritto un manuale di sesso per donne e può ancora raccontarlo

14 Feb 2014 in storie | questo post è lungo 531 parole

Abbiamo intervistato Inachis Io, l'uomo che ha scritto un manuale di sesso per donne ed è sopravvissuto - almeno per ora.

Tu, un uomo, hai scritto un manuale di sesso per donne. Come osi?

Ammetto, ci vuole coraggio. Diciamo la verità, il maschio non se la passa bene. In crisi dentro, in crisi fuori, sottoposto a (giustificate) critiche, si sente una figura sempre più marginalizzata e inutile. Una volta dovevamo competere con rivali più muscolosi, più attraenti o semplicemente più dolci di noi, ora ci contendiamo orgasmi con un vibratore rabbit a sette velocità. Non c’è storia.

O forse sì, ed è la storia che voglio raccontare in queste pagine, ritrovando un poco di legittimo orgoglio di genere. Forse è finita una stagione (fortunatamente): quella dell’uomo padrone e di quello che non deve chiedere mai, ma anche quella dell’uomo che deve supplicare sempre non ha futuro. Poniamoci allora da adulti in dialogo, complementari, rispettosi, creativi. Complici? Ecco, complici mi piace. Forse consente anche sconti di pena.

Ti mettiamo subito alla prova. Qual è il primo consiglio che ti senti di dare alle donne?

Parlate. Lo so, non è da voi. Cioè, lo è, perché parlate molto più di noi, ma parlare in quei momenti non è da tutte. Nonostante anni di porno, un immaginario visivo saturo di immagini di bellone nude più del parcheggio Ikea sotto Natale, a noi quello che davvero manda fuori di testa è sapervi presenti e coinvolte. (...) “È un po’ semplicistico, lo so. Me ne scuso. Ma io ci ho pensato e ripensato. Volevo anche fare il brillante e darvi subito i dieci consigli per farlo impazzire a letto, ma mi sentivo falso. Perché il consiglio è questo: siateci. Vale anche alla rovescia, ovviamente. E non è una nuova posizione. (...)

Ma se le donne lo dicono, gli uomini le ascoltano?

C’è uno scoglio da superare, ed è che noi uomini siamo permalosi (sì, anche più di voi in queste cose). Ci dà fastidio che ci diciate cose tipo: «No, non è lì, più giù. Piano, mi fai male. Un po’ più forte, non sento». Magari ci lasciamo insultare senza problemi in altre circostanze, ma quando ci stiamo occupando di voi abbiamo bisogno più di conferme che di indicazioni. (...) Inoltre, non abbiamo intuito. Proprio zero. A noi le cose bisogna dirle. Se le dite esistono, se non le dite no. Se oltre a dirle, le ripetete, è probabile che oltre a capirle le ricordiamo anche. Però se le dite male ci risentiamo. Quindi è molto semplice: ditele senza dirle ma dicendole, ripetetele per sicurezza ma senza farci sentire stupidi. Chiaro, no? Poi ci stupiamo che a volte ci mandate a quel paese.

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